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Nagasaki, 9 agosto,
ore 12.00
"Guam,
9 agosto - A mezzogiorno di oggi, ora giapponese, Nagasaki è stata
attaccata con una o più bombe atomiche. La notizia è stata data da uno
speciale comunicato del generale Spaatz, il quale aggiunge che, secondo quanto
ha riferito l'equipaggio, i risultati sono eccellenti"

(Comun. Ansa, 9 agosto 1945, ore
09.45)
"Londra, 5 settembre - Il corrispondente speciale della Reuter, Peter
Burchett, telegrafa che quanti sono ancora vivi senza nessuna ragione
apparente, la loro salute comincia a declinare. Perdono l'appetito. I loro
capelli cadono. Il loro corpo si cosparge di macchie azzurrognole. Le
orecchie, il naso e la bocca cominciano a sanguinare. E poi
muoiono" (Comun. Ansa, 5 settembre, ore 21,15)
Più
tardi in un messaggio agli intellettuali italiani Einstein ha scritto: « Il nostro mondo è minacciato da una crisi la cui ampiezza sembra
sfuggire a coloro che hanno il potere di prendere le grandi decisioni, per il
bene o per il male. La potenza scatenata dell'atomo ha tutto cambiato salvo il
nostro modo di pensare, e noi stiamo scivolando così verso una catastrofe
senza precedenti. Perché l'umanità sopravviva, un nuovo modo di pensare è
ormai indispensabile".
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L'IMPIEGO DELLA BOMBA ATOMICA
Nel luglio del 1945
l'atomica è diventata una realtà. Alle 5,30 del 16 luglio una luce incredibile
ha illuminato il deserto del New Mexico. Una luce d'oro, di porpora, d'indaco,
di viola, di verde striato di bianco. Ed una nube simile a un fungo è salita
fino a 13.000 metri d'altezza. La forza d'urto dell'immane scoppio è stata
calcolata uguale a quella di ventimila tonnellate di tritolo. Alcuni
giornalisti ignari di quanto era accaduto riportano che ad Alamogordo un
deposito di munizioni è saltato «con straordinari effetti luminosi
». Uno era presente: è William L. Laurence, il redattore del New
York Times, che si esaltò allo spettacolo, e scrisse: « Fu come il
gran finale di una possente sinfonia degli elementi: affascinante e
terrificante, entusiasmante e deprimente, minacciosa, devastatrice, piena di
grandi promesse e di grandi minacce... In quel momento comprendemmo
l'eternità. Il tempo si fermò. Lo spazio si ridusse a una punta di spillo. Fu
come se la terra si fosse aperta e il cielo si fosse squarciato. Sentimmo di
essere stati prescelti per assistere alla nascita dell'universo, per essere
presenti al momento della Creazione in cui il Signore disse: "Sia fatta la
luce" ».
Truman si trova in Europa, alla Conferenza di Potsdam. Lo
raggiunge un messaggio strano: «I bambini sono nati felicemente ».
Significa che la bomba ha funzionato. Il Presidente si confida con Churchill,
il quale lascerà scritto: «Resta il fatto storico, e sarà giudicato nei
tempi venturi, che la scelta dell'uso o del non-uso della bomba atomica per
costringere il Giappone alla resa non fu posta nemmeno. Attorno al nostro
tavolo l'accordo fu unanime, automatico, né mai sentii soltanto accennare che
si sarebbe potuto agire in modo diverso ». Unanime e
automatica non è invece la scelta del tipo di bersaglio: per alcuni
deve essere una città del Giappone non ancora distrutta dai bombardamenti
convenzionali, altri vorrebbero far assistere i giapponesi a una dimostrazione
delle capacità devastanti della bomba.
Il 23 luglio il colonnello K. D.
Nichols, inviato dal generale Groves, si reca da Arthur Compton con l'ordine
di comunicargli i risultati definitivi dei suoi sondaggi. Compton trascorre
un'ora di tensione, sebbene la decisione ultima non spetti a lui ma al
Presidente. Poi dice: « Il mio voto personale collima con quello della
maggioranza. Credo che al punto attuale si debba usare la bomba, ma non più
drasticamente di quanto sarà necessario perché il Giappone si arrenda
».
Passano altri tre giorni. I Governi degli Stati Uniti, della
Gran Bretagna e della Cina diramano un comunicato congiunto, offrendo la resa
all'Impero Giapponese. Ma nel proclama non è fatto alcun cenno all'arma
totale. L'ultimatum scadrà il 2 agosto. La radio giapponese informa quasi
subito che la dichiarazione di Potsdam non è stata neppure presa in
considerazione. Quindi, il Governo di Tokyo rifiuta sdegnosamente
l'offerta. Il 3 agosto Harry S. Truman decide: sì alla bomba, il più presto
possibile, su un centro abitato, ma non viene precisato quale, anche se viene
prospettata una rosa di quattro città. Sarà il pilota a decidere. La bomba
ha già un nome, Little Boy (Piccolo Ragazzo). Esteticamente non è
molto dissimile da una bomba qualunque ed ha anch'essa gli alettoni
equilibratori. È un cilindro di ottanta centimetri di diametro, lungo tre
metri e ventotto e pesa complessivamente quattromilaquattrocento chilogrammi.
La carica nucleare è di appena 62,3 kg. di Uranio 235, scomposta in quattro
parti uguali che sono tenute scrupolosamente separate. Solo all'ultimo momento
quattro detonatori provvederanno a scagliarle l'una contro l'altra alla
velocità di 1500 metri al secondo, affinché formino la massa
critica.
Il giorno della decisione irrevocabile di Truman, Little
Boy si trova già da una settimana nell'Isola di Tinian, Arcipelago delle
Marianne. Ce l'ha portata l'incrociatore Indianapolis. A Tinian è da
tempo stanziato il 509° Gruppo di Superfortezze Volanti B-29 che per mesi, al
comando del colonnello Paul W. Tibbets, s'è addestrato per compiere una
missione segretissima e di natura ignota per gli stessi equipaggi. Soprattutto
i puntatori, selezionati tra i migliori della United States Army Air Force, si
sono allenati a colpire piccoli bersagli da una quota di oltre 9000 metri ma
ad una velocità di volo per loro inconsueta, a più di 500 chilometri
orari.
La sera del 5 agosto c'è rapporto speciale alla base di Tinian.
L'equipaggio del B-29 di Tibbets, chiamato Enola Gay dal nome della
madre del comandante, viene informato che l'apparecchio che piloterà sgancerà
una bomba di grandissima potenza su una città ancora imprecisata del Giappone:
la scelta esatta dell'obiettivo sarà fatta all'ultimo momento in volo, secondo
le condizioni meteorologiche. Tibbets sa solo che una delle città condannata è
fra queste quattro: Kokura, Yokohama, Nagasaki, Hiroshima. Tutto dipenderà
dall'osservatore che lo precede, il maggiore pilota Claude Eatherly che ignora
la micidiale missione; lui pensa al solito bombardamento anche se sa che
questa volta verrà fatto con una bomba speciale. Lui parte alle 1,37 del 6
agosto decollando da Tinian con un B-29 carichi di strumenti
meteorologici.
Oltre un'ora dopo alle 2,45 parte anche l'Enola
Gay con Little Boy - ancora disinnescata - nel ventre. Ha a
bordo dodici uomini: il primo pilota Tibbets, il secondo pilota Lewis, il
radarista Stiborik, i montatori della bomba Parsons, Jeppson e Beser, il
puntatore Ferebee il navigatore Van Kirk, il radiotelegrafista Nelson, gli
elettricisti Shumart e Duzembury, il mitragliere Caron. L'Enola Gay
affronta la prima parte del lunghissimo volo e alle 6,05 del mattino passa
sull'isola di Iwo Jima, e Tibbets, mezz'ora dopo è a 9000 metri. Parsons ha
già montato la bomba. Alle 7,30 la innesca, le dà un ultimo sguardo, si unisce
agli altri nella cabina di pilotaggio. Il maggiore Ferebee compie i primi
rilevamenti.
L' aereo Straight Flush, pilotato dal maggiore
Claude Eatherly, che seguita a perlustrare il territorio, comunica al
radiotelegrafista dell'Enola Gay: « Stato del cielo a Kokura: coperto. A
Yokohama: coperto. A Nagasaki: coperto ». C'è una pausa. Poi: « A
Hiroshima: quasi sereno. Visibilità dieci miglia, due decimi di copertura alla
quota di tredicimila piedi». Lui non lo sa, ma la sua indicazioni
significa che Hiroshima è condannata a scomparire dalla faccia della
terra. E' questa una città popolata da circa 250.000 esseri del tutto
ignari che cosa li aspetti. Gli osservatori a terra giapponesi notano ad alta
quota un luccichio, un apparecchio (lo Straight Flush di Eatherly).
Sono suonate le sirene d'allarme, ma la Difesa Civile non s'è per nulla
preoccupata: un aereo così ad altissima quota non può fare molti danni anche
se lancia bombe. Non sanno invece che Eatherly sta soltanto guardando e
decidendo la condanna di Hiroshima. Vede in basso quasi in mezzo alla città un
fiume, attraversato da diversi ponti. Pensa come ha sempre fatto, cioè che
quelli sono gli obbiettivi dell'aereo di Tibbets. Gli fornisce le coordinate e
sparisce dall'orizzonte.
I cannoni contraerei giapponesi tacciono. Alle
7,31 suona perfino il cessato allarme mentre l'Enola Gay con le
coordinate di Eatherly mette la rotta rettilinea per Hiroshima; gli mancano
trecentocinquanta chilometri. Nella città la giornata è cominciata, la
gente è per le strade, gli operai entrano negli stabilimenti, i bambini vanno
a scuola. C'è un bel sole. Alle otto tutto va per il meglio e la guerra sembra
qualcosa di infinitamente remoto. L'Enola Gay è a meno di cento chilometri e
il maggiore Ferebee si avvicina ai comandi dei portelli di
sgancio.
Passano i minuti. Il cielo è sereno. Alle 8,11 Tibbets inizia
a vedere in lontananza quella che dovrebbe essere la città di Hiroshima
segnalata da Eatherly e dà ordini di aprire i portelli dove attende la Little Boy.
La
quota precisa è di 9632 metri sul livello del mare, la velocità di 528
chilometri orari. Ferebee regola il traguardo di mira. Sono le 8,14. L'aereo è
giunto su Hiroshima. Ferebee preme un pulsante e Little Boy precipita. Alle
8,15 la bomba esplode a poco meno di seicento metri d'altezza, polverizzando
all'istante ogni cosa su un'area di tre chilometri quadrati e soffiando un
alito rovente (dai trecento ai novecentomila gradi) su una superficie assai
più vasta. Qui gli abitanti di Hiroshima, dissolti, lasciano la loro ombra
sulle pietre vetrificate. L'onda d'urto preme con la forza inconcepibile di
settemila tonnellate per centimetro quadrato. Dura un attimo, ma tutto spazza
e incendia. E' sceso l'inferno sulla terra. Tutto è finito, arso,
smaterializzato, tutto e ritornato in molecole, atomi..
La sera, il
Presidente Truman annuncia la verità al mondo. Gli Stati Uniti posseggono al
momento un'altra bomba atomica - al plutonio. Ma si spera che quella di
Hiroshima basterà. E' una breve illusione. Truman autorizza la U.S.A.A.F. a
colpire con la bomba al plutonio una seconda città giapponese. La bomba al
plutonio esplode sulla verticale di Nagasaki alle 11,02 del 9 agosto.
L'inferno si ripete. Come a Hiroshima. Le macerie sembrano ruderi di un'età
preistorica. Tutto appare fossilizzato. L'Imperatore rompe ogni indugio e
prega la Croce Rossa svizzera di comunicare al Governo degli Stati Uniti che
il Giappone si arrende senza condizioni. Il 14 agosto la resa è ratificata. Il
2 settembre entra nella rada di Tokyo la corazzata Missouri e il generale Mac
Arthur, riceve i delegati con la resa del Giappone . La Seconda Guerra
Mondiale all'ombra del fungo atomico, è finita. Truman è felice: "Con
questa bomba noi abbiamo ora raggiunto una gigantesca forza di distruzione,
che servirà ad aumentare la crescente potenza delle forze armate. Stiamo ora
producendo bombe di questo tipo, e produrremo in seguito bombe anche più
potenti" (Comunic.Ansa, 6 agosto 1945, ore 20,45)
Ci fu
uno che rimase sconvolto: Claude Eatherly, ed è l'anima nera del « trionfo »
di Hiroshima. Viene decorato come gli altri, ma fa delle stranezze. Finirà al
manicomio. Aveva 21 anni, quando scoppiò la guerra dopo Pearl Harbour: va
volontario in aviazione e si distingue. Abbatte trentatré aerei e fa carriera
in un baleno. Tre anni, e a 24 anni è già maggiore. Sul petto due medaglie, ed
una è la « Dinstinguished Flying Cross » la decorazione più alta « per piloti
vivi »: e appunto per queste medaglie viene scelto per la grande missione. Dal
fronte lo richiamano a casa per una breve licenza, poi lo destinano nel Nuovo
Messico. I piloti più bravi, più coraggiosi, più famosi: sono tutti lì, ad
addestrarsi in segreto. Gli consegnano un Boeing 29. Il giorno dell'ora X
Eatherly apre la formazione. Sul suo apparecchio non ci sono bombe, né lui ha
il sospetto di quale terribile aggeggio si nasconda nel ventre dell'Enola
Gay che lo segue a un ora di volo. Lui - come abbiamo detto sopra- deve
solo individuare con la massima esattezza il bersaglio. Stabilire se le
condizioni del tempo permettono di fare centro su Hiroshima o, se è
necessario, continuare verso gli altri due obiettivi secondari. E' lo stesso
Eatherly che racconta cosa successe in quegli interminabili
minuti:
« Avevo i comandi dell'apparecchio di testa, lo Straight
Flush. Ho volato su Hiroshima per 15 minuti per studiare i gruppi di nuvole;
Il vento le spingeva allontanandole dalla città. Mi pareva il tempo e il luogo
ideale, così trasmisi il messaggio in codice e mi allontanai in fretta come mi
era stato detto, ma non abbastanza. La potenza della bomba mi terrorizzò.
Hiroshima era sparita dentro una nube gialla".
Il racconto di
Tibbets è invece più freddo: "Be', ci avevano detto di stare attenti.
Quando il mitragliere urlò : "Vedo arrivare l'onda d'urto", e di corsa ci
allontanammo. Tornammo alla base e non eravamo eccitati. Eravamo
sempliceniente tornati alla base da una missione. Anche i ragazzi che avevano
partecipato all'operazione non credettero d'aver fatto nulla di particolare,
fino a quando non fummo informati del numero delle vittime. Personalmente non
ho rimorsi. Mi fu detto - come si ordina a un soldato - di fare una
certa cosa. E non parlatemi del numero delle persone uccise. Non sono stato io
a volere la morte di nessuno. Guardiamo in faccia alla realtà: quando si
combatte, si combatte per vincere, usando tutti i metodi a
disposizione. Non mi posi un problema morale: feci quello che mi
avevano ordinato di fare. Nelle stesse condizioni lo rifarei." (Che è
poi quello che all'incirca dissero i processati a Norimberga).
Claude
Eatherly chiese di essere congedato. Si meravigliarono un po' tutti: come
poteva bruciarsi un futuro pieno di promesse? Gli offersero 237 dollari di
pensione al mese. Li rifiutò, e siccome rifiutare non è consentito dal
regolamento, dispose che andassero a beneficio dell'associazione per le vedove
dei caduti in guerra. Torna nel Texas. E' nervoso, magro: non ride più. Ha 24
anni, si sposa con una ragazza italo-americana, ma quella strana missione di
guerra ha fatto saltare i nervi del maggiore. Per mesi la notte ha gli incubi,
si sveglia gridando "Gettatevi, gettatevi: arriva la nuvola gialla!".
Quattro anni così. Per la moglie un vita d'inferno. Poi, nel 1950 i familiari
lo convincono a farsi ricoverare nell'ospedale psichiatrico di Waco. Un
semplice esaurimento nervoso, si dice. E' un paziente modello, molto
silenzioso; essendo un alto decorato, Eatherly usufruisce di un trattamento
speciale. Può passeggiare in qualunque ora del giorno anche fuori
dall'ospedale. E qui cominciano storie inquietanti. Un giorno tenta una rapina
in banca con una pistola giocattolo; un altro giorno fa il colpo in un
emporio, si fa consegnare ì soldi che poi butta via. Poi ne fa un altro. Lo
pizzicano e finisce in prigione. Nella alte sfere si tenta di minimizzare.
Ma la notizia finisce sui giornali. L'America si spacca in due. Chi dice che è
diventato pazzo dal rimorso per la "follia atomica" e chi dice che è un furbo
che tenta con la sua millantata malattia di farsi profumatamente indenizzare
dallo Stato.
Di Atomiche se ne costruirono poi tante, sempre più
potenti.
Song of
HIROSHIMA (A ricordo del 6 agosto 1945) di Koki Kinoshita
Dove è stata
distrutta la città, dove ci sono ora le ceneri dei nostri amati, dove
c'era l'erba verde e le bianche piante, il raccolto é stato
funesto. Perciò, fratelli e sorelle, vigilate e badate che non venga
mai la terza bomba atomica.
La pioggia
lieve raccoglie il veleno dal cielo, e i pesci portano la morte nelle
profondità del mare; le barche dei pescatori sono ferme, i pescatori sono
ciechi, il raccolto é stato funesto. Perciò, uomini di terra e di
mare, vigilate e badate che non venga mai la terza bomba
atomica".
SONG OF
HIROSHIMA
In the
place where our city was destroyed, where we buried the ashes of the
ones that we loved there the green grass grows and the white waving
weeds deadly the harvest of two atom bombs. Then, brothers and sister, you
must watch, and take care that the third atom bomb never comes. Gentle
rain gathers poison from the sky and the fish carry death in the depths
of the sea; fishing boats are idle, their owners are blind, deadly the
harvest of two atom bombs: Then, landsmen and seamen, you must watch, and
take care that the third atom bomb never comes.
Koki
Kinoshita
Brano
tratto da "Lettera da Hiroshima" di T.Hara ............ " Mi ero alzato
verso le otto di mattina quel 6 agosto 1945. Il giorno avanti, alla sera, vi
erano stati due allarmi, nessuno dei quali seguito da bombardamento.
Improvvisamente ricevetti un colpo sulla testa e tutto diventò oscuro davanti
ai miei occhi. Gettai un grido ed alzai le braccia. Nelle tenebre, non sentivo
che un sibilo di tempesta. Non arrivai a comprendere cosa fosse successo. Il
mio primo grido, io l'avevo inteso come se fosse stato gettato da qualcun
altro. Poi il mondo intorno mi ritornò visibile benché ancora non nettamente,
ed ebbi l'impressione di trovarmi sui luoghi di un immenso cataclisma. Dietro
la spessa nuvola di polvere apparve un primo spazio blu, seguito ben presto da
altri spazi blu sempre più numerosi. Brevi fiammate cominciarono a sprizzare
dall'edificio vicino, un deposito di prodotti farmaceutici. Era tempo di
abbandonare quei luoghi. In compagnia di K, mi aprii la strada fra le macerie.
Fumate vorticose si elevavano da tutte le case in rovina. Raggiungemmo un
posto in cui le fiamme mandavano un calore insopportabile. Poi trovammo
un'altra strada che ci portò sino al ponte di Sakai. Il numero dei profughi
che affluiva verso quel posto aumentava sempre. Io presi la direzione del
palazzo Izumi. I cespugli calpestati dalle persone in fuga avevano formato una
specie di passerella. Gli alberi erano quasi tutti decapitati. Ciascuno
dapprincipio pensava che solo la sua casa fosse stata colpita, ma una volta al
di fuori, ci si accorgeva che tutto era stato distrutto. Tuttavia, benché le
case fossero completamente distrutte, in nessun posto si vedevano quelle buche
che normalmente fanno le bombe. Sull'altra sponda, l'incendio, che sembrava
essersi calmato, riprese a divampare.
Improvvisamente, nel cielo, al di
sopra del fiume, vidi una massa d'aria straordinariamente trasparente che
risaliva la corrente. Ebbi appena il tempo di gridare "Una tromba" che già un
vento terribile ci colpì. I cespugli e gli alberi si misero a tremare, alcuni
furono proiettati in aria da dove ricaddero come saette sul tetro caos. Si
aveva l'impressione che il riflesso verde di un orribile inferno venisse a
stendersi al di sopra della terra. Dopo il passaggio della tromba, ben presto
il crepuscolo invase il cielo. Incontrai mio fratello maggiore il cui viso era
ricoperto come da una sottile pellicola di pittura grigia. Il dorso della sua
camicia era ridotto a brandelli e scopriva una larga lesione che somigliava ad
un colpo di sole. Risalendo con lui la stretta banchina che costeggia il
fiume, alla ricerca di un traghetto, vidi una quantità di persone
completamente sfigurate. Ve ne erano lungo tutto il fiume e le loro ombre si
proiettavano nell'acqua. I loro visi erano cosí orrendamente gonfiati che
appena si potevano distinguere gli uomini dalle donne. I loro occhi erano
ridotti allo stato di fessure e le loro labbra erano colpite da forte
infiammazione. Erano quasi tutti agonizzanti con i loro corpi ustionati
completamente nudi.
 Quando passavamo vicino a questi gruppi, ci gridavano con voce
dolce e debole "Dateci un po' d'acqua", "Soccorretemi, per favore"; quasi
tutti avevano qualche cosa da chiederci. Il cadavere nudo di un ragazzo
giaceva nel fiume e, ad un metro di distanza, accovacciate su un gradino, si
trovavano due donne. Riconoscemmo che erano donne soltanto per la loro
acconciatura per metà bruciata.
Trovammo infine un piccolo traghetto e,
remando, giungemmo all'altra riva. Era quasi notte quando toccammo terra.
Anche da questa parte sembrava che ci fossero molti feriti. Un soldato
accovacciato sui bordi dell'acqua mi chiese di dargli un po' d'acqua calda.
Appoggiandosi alla mia spalla, camminava sulla sabbia con sforzo. Bruscamente,
mi disse: "Sarebbe meglio esser morti". Acconsentii in silenzio e, in quel
momento, senza scambiare una sola parola, ci trovammo tutti e due riuniti in
una incontenibile collera davanti alla pazzia che ci circondava. Seduto ad una
tavola, un uomo dalla testa enorme e bruciata beveva acqua calda in una tazza
da tè. Il suo strano viso sembrava fatto di una serie di grani di soia neri,
inoltre i suoi capelli erano tagliati orizzontalmente all'altezza delle
orecchie. Soltanto piú tardi, dopo aver incontrato molti altri ustionati con i
capelli tagliati orizzontalmente, finii per capire che le loro capigliature
erano state distrutte sino al bordo dei loro cappelli.
Al momento
della marea, lasciammo la riva per risalire sulla banchina. Con l'oscurità, la
notte si trasformava in inferno. Si udivano grida dappertutto "Da bere, da
bere!". Improvvisamente un allarme: da qualche parte una sirena doveva esser
rimasta intatta. Il suo urlo lacerò la notte. La città continuava a
fiammeggiare: a valle, si scorgeva il bagliore incerto dell'incendio. Nel
quartiere dei tempio, numerosi feriti gravi erano sdraiati un po' dappertutto,
per terra. Non un albero, non una tenda per dar loro un po' d'ombra. Noi ci
costruimmo un riparo appoggiando pezzi di tavole contro un muro e scivolammo
li sotto. Dovemmo passare ventiquattro ore in quel breve spazio, dividendolo
in sei. Due metri più lontano c'era un ciliegio che aveva conservato qualche
foglia. Due studentesse si erano lasciate cadere sotto questo albero: avevano
tutte e due il viso carbonizzato e, volgendo il loro magro dorso al sole,
supplicavano che si desse loro un po' d'acqua. Erano giunte il giorno prima ad
Hiroshima per partecipare alla mietitura e così erano state colpite da questa
grande disgrazia. Il sole era al suo declino. Anche prima del levar del
giorno, ascoltavamo intorno a noi il mormorio ininterrotto delle preghiere: in
quell'angolo le persone sembrava morissero l'una dopo l'altra. Le due
studentesse morirono all'alba. Nuovo allarme verso mezzogiorno e si intese un
rombo nel cielo.
Le persone morivano l'una dopo l'altra e nessuno
veniva a portar via i cadaveri. Con l'aria sconvolta, i vivi erravano tra i
corpi. Si videro allora tutte le rovine nelle strade principali. Uno spazio
vuoto e grigio si estendeva sotto un cielo di piombo. Soltanto le strade, i
ponti ed i bracci del fiume erano ancora riconoscibili. Nell'acqua
galleggiavano cadaveri dilaniati, gonfiati. Era l'inferno divenuto realtà.
Tutto ciò che era umano, era stato cancellato. I visi dei cadaveri si
somigliavano tutti, come se portassero tutti la stessa maschera. Prima di
irrigidirsi, le membra degli agonizzanti si agitavano sotto l'effetto del
dolore in maniera assai strana. I chilometri di cavi che coprivano il suolo e
gli innumerevoli frammenti di pali elettrici costituivano un disegno pazzesco.
Davanti allo spettacolo di un tram che sembrava fosse stato rovesciato e
bruciato nello spazio di un lampo, o davanti a quello di un cavallo morto, con
la carcassa smisuratamente gonfia, si aveva l'impressione di trovarsi al
centro di un quadro surrealista. La nostra carretta attraversava interminabili
spazi coperti di rovine e la serie delle case smantellate si prolungava sino
alla più lontana periferia.
Trovammo un paese verde ed intatto
soltanto molto più avanti. La danza leggera delle libellule che folleggiavano
al di sopra dei campi verdi di riso ci commosse profondamente. Di là,
prendemmo la strada lunga e monotona che conduce al villaggio di Yáwata. Era
notte quando vi giungemmo. Il giorno dopo dovemmo riprendere la nostra vita
miserabile. Non solo non si vedeva nessun segno di miglioramento dei feriti,
ma anche coloro che stavano bene si indebolivano ogni giorno di più e
deperivano per mancanza di nutrimento.Qualche giorno più tardi vidi arrivare
un allievo, mio nipote, che in seguito doveva morire. Al momento
dell'esplosione si trovava a scuola. Quando vide l'accecante luce che entrò
nell'aula, egli si gettò sotto il suo banco. Il soffitto era crollato e
l'aveva seppellito, ma insieme con qualche compagno era riuscito a venir fuori
attraverso un buco.
La maggior parte dei fanciulli erano stati uccisi
sul colpo. Con i suoi compagni, si era rifugiato su una vicina montagna e
durante l'ascensione aveva continuato a vomitare un liquido bianco. Una
settimana dopo il suo arrivo al villaggio cominciò a perdere i capelli e
divenne calvo in due giorni. Già s'era sparsa la voce che un malato non
avrebbe sopravvissuto alle sue ferite se perdeva capelli e sanguinava dal
naso. Tuttavia mio nipote doveva vivere ancora qualche tempo malgrado il grave
stato in cui si trovava. ............Verso sera, attraversai il ponte e mi
diressi, attraverso i campi, in direzione del terrapieno che si trova ai
margini di Yáwata. Una libellula nera asciugava le sue ali su una roccia. Io
feci il bagno là, respirando assai profondamente. Girando la testa, vidi i
piedi della montagna avviluppati nel crepuscolo, mentre le cime lontane
scintillavano ancora al sole che tramontava. Si sarebbe creduto un paesaggio
di sogno. Il cielo al di sopra di me era di un silenzio assoluto. Ebbi la
impressione di non esser venuto sulla terra che dopo l'esplosione della bomba
atomica".
E altri Tibbets che candidamente affermano ciò che lui
afferma, ce ne saranno sempre fra i vinti e vincitori: "Personalmente non
ho rimorsi. Mi fu detto - come si ordina a un soldato - di fare una
certa cosa. E non parlatemi del numero delle persone uccise. Non sono stato io
a volere la morte di nessuno. Guardiamo in faccia alla realtà: quando
si combatte, si combatte per vincere, usando tutti i metodi a
disposizione. Non mi posi un problema morale: feci quello che mi
avevano ordinato di fare. Nelle stesse condizioni lo rifarei." Insomma il
fine giustifica i mezzi !!. -------------------------
"Processo a Walter Reder - Responsabile della "strage di
Marzabotto" - Bologna 19 settembre 1951. "Nella strage che viene contestata a
Reder, all'interrogatorio il Presidente ha ricordato all'imputato "Lei tenne
rapporto prima dell'azione criminosa e diede tali ordini da suscitare perfino
la "ripugnanza" dei suoi ufficiali". L'imputato: "Non so spiegarmi
cosa sia la parola "ripugnanza", forse che i comandanti dei bombardieri quando
sganciano sulle città le bombe, certi di provocare la morte dei civili, loro
forse sentono ripugnanza?". (19 settembre 1951. Comun. ANSA, ore
21.00)
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