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Record di sopravvivenza:
salvati dopo 9 mesi alla deriva nel Pacifico
Erano partiti il 28 ottobre 2005 dal nord-ovest del Messico e sono stati
salvati il 9 agosto all'isola Baker, al largo delle Kiribati
CITTÀ
DEL MESSICO - Un record di sopravvivenza che se non è un miracolo poco
ci manca. «Non abbiamo mai perduto la speranza grazie alle nostre
preghiere. Pregavamo tutti insieme grazie a una Bibbia che avevamo con
noi». Tre pescatori messicani (Salvador Ordonez Vasques, Jesus Eduardo
Vidana Lopez e Lucio Randon Bacerro) sono stati salvati il 9 agosto da
una nave tonnara di Taiwan dopo essere andati alla deriva nel Pacifico
per nove mesi. Loro tre si sono salvati, altri due compagni sono
scomparsi in mare.
PARTITI IL 28 OTTOBRE SCORSO - Vidana, uno dei tre pescatori, tutti
originari di San Blas, ha detto martedì alla tv messicana Televisa di
aver lasciato un porto dello Stato di Sinaloa, nel nord-ovest del
Messico, il 28 ottobre 2005 per una battuta di pesca. Ma poco dopo uno
dei due motori fuoribordo da 200 HP della loro imbarcazione di 8 metri è
andato in avaria e sono andati alla deriva, senza che riuscissero a
rimetterne almeno uno in azione. Pensavano che durasse pochi giorni,
invece hanno percorso circa 8 mila chilometri di oceano, finché sono
stati recuperati al largo dell'isola Baker, presso l'arcipelago delle
Kiribati, ma sono stati portati alle isole Marshall. «Quando sono stati
trovati erano magri e affamati, ma comunque in condizioni di salute
discrete nonostante abbiamo braccia, gambe e viso gonfi», ha detto
Eugene Muller, titolare della società Koo's Fishing, armatrice della
nave di Taiwan che ha recuiperati i naufraghi. DIGIUNO E PREGHIERE -
«Per sopravvivere ci siamo nutriti di pesce e uccelli crudi e abbiamo
bevuto l'acqua piovana», ha raccontato Vidana. «A volte avevamo di che
mangiare per due-tre giorni, altre volte restavamo senza nulla da
mettere sotto i denti. Ma non abbiamo mai perduto la speranza grazie
alle nostre preghiere». Un altro pescatore salvato, Lucio Randon, ha
detto che per mesi non hanno mai visto alcuna nave all'orizzonte
La madre di tutte le menzogne
pubblicato su
www.attac.it il 11 luglio 2006
Le
cose vanno male, per Bush. Non c’è più solo l’Irak, adesso anche
l’Afghanistan emerge come problema irrisolto. Tra poco arriveremo
ufficialmente (in realtà ci siamo già arrivati da tempo) a tremila morti
americani nel deserto iracheno: per inciso, tanti quanti ne morirono
l’11 settembre. Così si può già rispondere, dati alla mano, a coloro
che, posti di fronte alla domanda su cosa è realmente accaduto l’11
settembre, rispondono indignati che è impossibile che “qualcuno” diverso
da Osama bin Laden abbia potuto ammazzare (o lasciar ammazzare) tremila
persone innocenti. E i tremila morti americani in Irak chi li ha mandati
a morire in base a una gigantesca frottola, seconda soltanto a quella
che ci hanno raccontato sull’11 settembre? Dunque perché stupirsi e
scandalizzarsi quando qualcuno pone la domanda? In fondo si tratta delle
stesse, identiche persone, che con tutta evidenza si muovono sulla base
delle stesse logiche.
Ma quello che sta accadendo, sotto i nostri occhi, è un’offensiva
potente e multilaterale che sta davvero cambiando il nostro panorama
esistenziale. A partire da quel
fatidico 11 settembre, in cui tutti
hanno creduto di “vedere” la verità, l’evidenza, tutte le regole sono
state cambiate, o stanno cambiando. Siamo già tutti un po’ più
prigionieri di quanto non fossimo “prima”, cioè prima dell’11 settembre.
E’ una miriade di piccoli e grandi cambiamenti. Tutti, in varia misura,
motivati con la grande lotta al terrorismo internazionale cominciata con
l’11 settembre. I voli segreti della
Cia, i rapimenti di presunti
terroristi, le carceri segrete sparse per il mondo intero, inclusa
l’Europa, i cui governi fanno finta di non saperne nulla, mentre
sapevano tutto. I principi sacri delle convenzioni internazionali - come
quella per i diritti umani, o come quella contro la tortura, o come
quella di Ginevra per i diritti dei prigionieri di guerra - sono
calpestati ogni giorno mentre vengono proclamati come universali ad ogni
stormire di fronde.
La guerra contro il terrorismo procede con qualche, periodica,
esecuzione esemplare, di cui tutti i media gioiscono per qualche giorno,
felici dello scorrere del sangue secondo le nuove leggi del far west, in
cui i must wanted vengono giustiziati sotto i riflettori e nel mezzo
degli applausi delle folle. E, mentre la conta dei morti si allunga,
ecco apparire singolari , nuove “rivelazioni”, di cui non si conosce
l’autore e che vengono date in pasto a un pubblico manipolato per
preparare, con ogni evidenza, nuovi misfatti. Il presidente Ahmadinejad
dice cose guerriere, ma il Memri (istituto di Washington diretto da un
ex agente del Mossad) gli mette in bocca cose che non ha mai detto (vedi
l’accuratissima analisi di Johnatan Steele sul Guardian), come quella di
“cancellare Israele dalla mappa”. E tutto il mondo, tutti i leader del
mondo occidentale, si tuffano sulla falsa notizia, esecrando,
maledicendo, minacciando a loro volta.
E’ evidente che c’è chi prepara la guerra contro l’Iran, secondo i
canoni classici con cui si sono preparate quella del Kosovo, quella
afgana e quella irachena. La lotta contro il terrorismo va male? Ecco
che non solo si mostra lo scalpo di Zarkawi, ma lo si fa precedere e
seguire da nastri registrati di Al Zawahiri . L’autenticità di queste
improvvise esternazioni è pressoché nulla. In ogni caso nessuno si
preoccupa di verificare. I grandi organi d’informazione ripetono,
pubblicano, commentano, di cose su cui non hanno il minimo controllo.
Si viene a sapere, da una smagliatura (ce ne sono sempre) che la
National Security Agency sta raccogliendo dati sulle telefonate private
di quasi tutti i cittadini americani: quattro grandi compagnie
telefoniche americane su cinque (con l’unica eccezione della QWest)
hanno accettato l’ingiunzione della
NSA. E quando un deputato
democratico e alcune organizzazioni non governative per i diritti umani
protestano e chiedono l’apertura di un caso giudiziario per violazione
della privacy, la risposta che viene dal ministro della Giustizia,
Gonzales, e dai capi dei servizi segreti è questa: chi pone domande del
genere viola gravemente la sicurezza nazionale degli Stati Uniti
d’America.
Improvvisamente veniamo a sapere che il vero ideatore, la mente e il
capo dell’operazione 11 settembre non fu Osama bin Laden, ma fu Khaled
Sheikh Mohammed (insieme a Binalshibh). Come?
Le Monde, un tempo
giornale decente, pubblica per esteso la sua “confessione” dettagliata.
La Stampa, in Italia, la riprende. Né l’uno né l’altro giornale dicono
come e da chi hanno ricevuto il documento. Non dicono quando esso è
stato scritto, in quali condizioni Khaled Sheikh lo abbia firmato, se
abbiano , o meno, idea sul luogo in cui si trova, se siano certi che è
ancora vivo.
Pubblicano, beati loro, lo scoop, incuranti non solo del ridicolo, ma
soprattutto delle conseguenze logiche. Perché se è vero che Khaled
Sheikh è la mente e l’organizzatore dell’11 settembre, allora bisogna
dedurne che George Bush e Tony Blair mentirono quando dissero ai governi
alleati dell’Occidente (era il 2 ottobre 2001) di avere la prova, the
smoking gun, della responsabilità di Osama bin Laden.
Infatti quei curiosoni di Muckraker Report - uno dei siti ficcanaso
degli Stati Uniti - vanno a vedere, sul
sito ufficiale dell’FBI, la
lunga lista dei ricercati
più ricercati del globo terracqueo, e scoprono
con grande sorpresa, anche loro, che Osama bin Laden è tra i must wanted
, è ben vero, ma solo per gli attentati di Al Qaeda del 1998 nelle
ambasciate africane degli Stati Uniti. Non figura per niente, tra i capi
d’accusa, l’11 settembre. Eppure Donald Rumsfeld aveva detto - dopo
avere diffuso il primo, famosissimo filmato di Osama bin Laden che si
autoaccusava dell’11 settembre - che quella era solo la ciliegina sulla
torta: “la verità ci è nota da tempo”, aveva commentato. Come dire che
questa ulteriore conferma serviva solo a convincere i più testardi
scettici.
Sfortunatamente, per lui, quel filmato storico risulta essere falso: nel
senso che il personaggio barbuto che proclama la propria responsabilità
assoluta dell’11 settembre non è Osama bin Laden. E non è nemmeno Khaled
Sheikh Mohammed. Diciamo che è un discreto attore, ma il suo naso, i
suoi occhi, la sua bocca, la sua testa, le sue guance, non sono quelle
dell’Osama che tutti ormai conosciamo a memoria. Quando si ha fretta, si
commettono errori. Anche perché si è certi che il grande mare magnum dei
giornalisti asserviti o imbecilli non si preoccuperà di controllare e
berrà la storia senza fiatare.
Ma, stanti così le cose, scusate, risulta che gli alleati degli Stati
Uniti, la Nato, le Nazioni Unite, sono stati tutti menati per il naso.
Le prove contro Osama bin Laden non c’erano neanche allora. E, poiché
esse furono alla base dell’attacco contro l’Afghanistan - attacco che
gli Usa avevano predisposto, com’è noto, ben prima dell’11 settembre -
significa che la legittimazione Onu che fu data alla guerra è oggi
completamente invalida dal punto di vista giuridico, della legalità
internazionale.
Altro trucco, altra corsa. Anche la versione ufficiale dell’11 settembre
fa acqua da tutte le parti. E’ ormai un dato di fatto, sebbene i media
mondiali abbiano scrupolosamente taciuto per cinque interi anni. Sebbene
anche parecchie persone oneste e qualificate abbiamo dimenticato di
occuparsi del problemino che ha cambiato la storia del mondo, altre non
si sono distratte e hanno proseguito le indagini, in direzioni diverse
da quelle ufficiali del complotto di Al Qaeda. Naturalmente ben
sorvegliate, a distanza, dai depistatori dislocati nei ministeri, nei
servizi segreti, nei giornali più importanti, nelle televisioni che
contano, e anche sul web.
Così, all’improvviso (queste cose succedono sempre all’improvviso) ecco
uscire fuori un “presunto” nuovo filmato che eliminerebbe tutti i dubbi
sull’aereo del Pentagono, sul famoso volo Boeing 757 che si sarebbe
schiantato sulla parete sud-ovest. Tutti i giornali e tutte le tv
spiegano che, “finalmente” si vede l’aereo, la cui presenza, per prima,
aveva negato il povero Thierry Meyssan, messo alla gogna da tutta la
stampa francese e poi mondiale, per avere rivelato la elementare
constatazione che ciò che aveva colpito il Pentagono non era e non
poteva essere - “per la contraddition che nol consente” avrebbe detto
Galileo Galilei - un Boeing 757, né un aereo di line di analoghe
dimensioni.
I titoli sono univoci: è la fine delle teorie complottistiche (diverse
dalla teoria complottistica principale, cioè quella dell’Amministrazione
Usa). Poi ci si prende la briga di andare a controllare e si scopre che
hanno aggiunto uno o due fotogrammi, dove non solo non si vede un Boeing
757, ma si vede la punta di qualcosa d’altro, che è molto più piccolo e
affusolato.
Quei fotogrammi non chiariscono nulla, ma servono a smorzare l’impatto
di alcuni film appena usciti sul web, in cui le tesi ufficiali sono
smontate una ad una. Di nuovo (quasi) tutti ci cascano. E verrebbe da
esclamare: ma davvero i media sono tutti così imbecilli? Se non fosse
che già viviamo da tempo nel regime della censura imperiale, cioè se non
sapessimo che la verità non può più essere detta (ovvero non può più
essere detta senza correre qualche pericolo).
Siamo ostaggi di un sistema dove chi guida la danza sono i servizi
segreti, dove i diritti hanno subito un logoramento sostanziale, dove
l’informazione è nelle mani dei potenti. La democrazia liberale è finita
da tempo, sostituita da riti formali, imposti come validi per tutti
sotto tutte le latitudini , cioè privi di senso per immense moltitudini
asservite. Si chiamano elezioni in regime di occupazione militare.
Altrove, negli Stati Uniti per esempio, dove l’occupazione militare
formalmente non c’è, i risultati elettorali si decidono, da due elezioni
presidenziali in qua, prima che gli elettori vadano alle urne
elettroniche. Ma anche in questo caso il motto della stampa e nei media
americani, proiettato su tutto il pianeta, è il noto proverbio secondo
cui “il silenzio è d’oro”.
E tutto questo lo dobbiamo ai gestori dell’11 settembre 2001.
da ’’Galatea’’ di luglio 2006
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Curiosità della rete
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Altre curiosità
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