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L'abisso nero del
cielo, oltre le stelle e le galassie, porta il segno dell'origine. Un
astrofisico fa il punto sulle ricerche cosmologiche più avanzate.
Trattando il suo oggetto con serietà, la scienza si imbatte in un
fattore che deve riconoscere come «oltre». Glielo impone la fedeltà al
metodo
Perché la notte è
buia?». Pare una di quelle domande di un bimbo di tre o quattro anni,
che di fronte a qualunque cosa non sa trattenere quella strana
paroletta: «perché?». Eppure, presa sul serio, questa domanda porta a
conseguenze notevoli per la comprensione della struttura dell'universo
su grande scala e sulla sua evoluzione nel tempo. In altre parole, è una
domanda cosmologica. La cosmologia è il ramo dell'astrofisica che ha
come oggetto (unico, per definizione) l'intero universo fisico. La
cosmologia non ha come scopo lo studio dei pianeti, le nebulose, le
stelle o le galassie; bensì l'insieme di tutte queste cose.
Sulla domanda del
nostro bambinetto ha riflettuto seriamente Olbers nel 1826. Egli si rese
conto che se l'universo fosse infinito e riempito in modo più o meno
uniforme di sorgenti luminose (stelle, galassie), allora il fondo del
cielo invece che nero ci dovrebbe apparire luminoso, tanto brillante
quanto la superficie del sole, e la temperatura ovunque nell'universo
sarebbe di migliaia di gradi. Sarebbe un universo davvero poco ospitale.
Ma evidentemente, e per fortuna, le cose non stanno così.
Circa un secolo dopo, nel 1929,
Edwin Hubble, (Hubble
Gallery), fece la scoperta che può essere considerata la base della
cosmologia moderna. Hubble osservò con grande cura e tenacia le galassie
più distanti osservabili con i telescopi allora disponibili, e di
ciascuna misurò la distanza e la velocità. I risultati del suo studio
mostravano un fatto sconvolgente: le galassie si allontanano le une
dalle altre con una velocità tanto più grande quanto maggiore è la loro
distanza reciproca. Per cogliere la situazione possiamo immaginare un
palloncino gonfiabile, tutto giallo con dei piccoli pois rossi. Quando
il palloncino viene gonfiato, i puntini rossi si allontanano gli uni
dagli altri proprio come le galassie nell'universo. È nella natura
stessa dello spazio (palloncino giallo) il fatto di non essere una
realtà statica, ma in continua espansione. In un certo senso le galassie
sono «ferme» nello spazio (come i pois sono fissati sulla plastica
gialla), ma lo spazio nel quale si trovano si dilata.
Così Hubble scoprì il primo fondamentale fatto che, sommato a una grande
quantità di altre evidenze accumulate dalla ricerca astrofisica negli
ultimi 60 anni, ha rivoluzionato la nostra visione cosmologica:
l'universo fisico nel suo insieme non è una realtà statica ed
immutabile, ma è in moto. Viviamo in un cosmo che muta nel tempo, che ha
un passato, un futuro, una storia. Il fatto che il cosmo debba essere
guardato come una realtà in movimento rende piena giustizia alla parola
«uni-verso»: suggerisce che l'unità del tutto è convogliata in una
direzione, verso uno scopo.
La scoperta fondamentale di Hubble è all'origine del modello del Big
Bang, proposto per la prima volta da George Gamow nel 1946. Se
l'universo si espande significa che nel passato la stessa quantità di
energia e materia doveva essere contenuta in un volume più piccolo. Di
conseguenza la temperatura e la pressione dovevano essere sempre più
grandi via via che ci spingiamo indietro nel passato. Il grande
esercizio della cosmologia moderna è dunque quello di studiare la fisica
dell'universo andando a ritroso nel tempo cosmico, considerando
situazioni sempre più estreme di densità e temperatura.
Ma, se le cose stanno così, a che punto siamo di questa storia cosmica?
Dalla osservazione della velocità con cui si espande è possibile
calcolare l'età dell'universo: esiste un tempo finito nel passato in cui
la distanza tra due punti qualunque dello spazio (due puntini rossi sul
palloncino) tende a zero. Questo tempo corrisponde a circa 15 miliardi
di anni fa.
Alla fine degli anni Quaranta, a conclusione di un originalissimo studio
teorico, Gamow e i suoi due studenti Alpher e Hermann si convinsero che
poteva essere rinvenuta una traccia diretta dell'esistenza di una fase
iniziale della storia dell'universo caratterizzata da una altissima
temperatura. I loro risultati avevano portato a prevedere l'esistenza di
un residuo di energia, oggi debolissima ma ancora osservabile,
proveniente direttamente dal bollente universo primordiale. Ma ci volle
un puro imprevisto perché la verità emergesse.
Non erano i tempi di Internet o di World Wide Web, sicché non molti
vennero a sapere dei lavori di Gamow. Di sicuro non ne sapevano niente,
quindici anni dopo, Penzias e Wilson del Bell Laboratory, che stavano
facendo dei test su una grossa antenna per telecomunicazioni. Nel corso
delle loro misure registrarono un modesto «eccesso di segnale». I due
scienziati non trascurarono questo fatto apparentemente marginale, ma lo
guardarono dritto in faccia. Inizialmente attribuirono il fenomeno a un
difetto della loro antenna. Una attenta analisi, tuttavia, mostrò che né
gli strumenti né sorgenti astronomiche note potevano spiegare
quell'effetto. Penzias menzionò l'episodio a un suo amico
dell'università di Princeton, il quale gli suggerì la possibilità che si
trattasse di un segnale di origine cosmologica, come Gamow aveva
previsto. Fu in questa maniera che Penzias e Wilson si resero conto di
aver captato per la prima volta quello che è stato chiamato l'eco del
Big Bang, una traccia diretta dell'universo primordiale, e che ha fatto
fare un balzo incredibile alla cosmologia negli ultimi trent'anni. Per
questa scoperta nel 1978 Penzias e Wilson ricevettero il premio Nobel.
Per capire meglio di che si tratta basta guardare un oggetto qualunque.
Per esempio, il vaso di fiori che sta di fronte a me, a tre metri di
distanza. Siccome la luce viaggia a 300 mila chilometri al secondo, la
luce che parte dal vaso di fiori in un dato istante raggiungerà i miei
occhi un centomilionesimo di secondo dopo: un tempo molto piccolo,
nessuno se ne accorge, neanche i più pignoli. Se ora alzo lo sguardo e
vedo la luna, la luce che vedo è partita effettivamente dalla luna circa
un secondo fa. Nel caso del sole il ritardo è di 8 minuti. Noi vediamo
le cose come erano nel passato, con un ritardo tanto più pronunciato
quanto più distante è l'oggetto: dobbiamo concedere alla luce il tempo
di attraversare la distanza che ci separa da esso. Noi oggi vediamo le
stelle come erano decine, centinaia, o migliaia di anni fa. Le galassie
sono tanto distanti che la luce ha impiegato molti milioni di anni per
raggiungerci. Le galassie più distanti ci mandano un segnale che è
partito oltre 10 miliardi di anni fa. Se andiamo oltre, il messaggio che
riceviamo proviene da un passato così profondo che le stelle e le
galassie ancora non avevano avuto il tempo di formarsi ed emettere la
loro energia: è questo che spiega perché il cielo è oscuro! Infine, dal
fondo «ultimo» del cielo riceviamo una immagine di come l'universo era
nella sua prima infanzia, circa 15 miliardi di anni fa. A causa
dell'espansione dell'universo, l'energia che oggi riceviamo è molto
inferiore a quella emessa in quel lontano passato: essa è equivalente a
una temperatura di circa 3 gradi sopra lo zero assoluto. Questo è il
segnale che Penzias e Wilson hanno registrato: una sorta di luce fossile
(il «Fondo Cosmico») che ha viaggiato per 15 miliardi di anni prima di
raggiungerci, e che perciò ci porta un messaggio diretto sulle
condizioni fisiche dell'universo primordiale. L'abisso nero del cielo,
oltre le stelle e le galassie, porta il segno dell'origine.
A causa della estrema debolezza del segnale cosmico gli esperimenti
possono essere fatti solo da regioni isolate - per evitare interferenze
- e con una atmosfera particolarmente trasparente (come certe montagne
desertiche o il centro dell'Antartide). Le condizioni ideali per queste
misure sono però date dallo spazio. Nel 1992 il satellite Cobe ha fatto
la prima vera e propria mappa globale dell'universo primordiale,
misurando con grande sensibilità il «Fondo Cosmico» in tutte le
direzioni.
Dunque la regione più estrema che possiamo direttamente osservare
corrisponde a un'epoca in cui l'età dell'universo era circa un
ventimillesimo di quella attuale: se paragoniamo l'età dell'universo
attuale all'età di un adulto di 50 anni, ciò equivale alle prime 20 ore
di vita. Osservazioni dirette di quanto è avvenuto prima non sono
possibili, perché in epoche precedenti la temperatura era tanto elevata
da sbriciolare gli atomi in protoni ed elettroni. In queste condizioni
l'universo è opaco: la luce non può attraversare liberamente lo spazio.
È come se ci fosse un velo sui primissimi drammatici avvenimenti. Ma
anche dietro il velo, indirettamente, qualche forma si intravvede. Ci
sono vari fenomeni fisici accaduti nei primissimi minuti di vita
dell'universo che sono noti e descrivibili con ragionevole sicurezza, le
cui tracce indirette sono osservabili tutt'oggi. In particolare, dopo
circa 3 minuti di espansione, il miscuglio uniforme di particelle e di
radiazioni che riempiva l'universo doveva avere una temperatura di circa
un miliardo di gradi, e si trovava in condizioni del tutto analoghe a
quelle esistenti all'interno di un nucleo stellare: come se l'universo,
per un certo breve periodo, si fosse trovato in una fase di «stella
totale». In quella fase primordiale le stesse reazioni termonucleari che
oggi fanno risplendere il nostro sole devono aver prodotto elio e altri
elementi leggeri secondo quantità che possono essere valutate con
calcoli accurati. Ebbene, le osservazioni astronomiche confermano la
presenza di una componente cosmologica di elementi leggeri secondo le
abbondanze previste. Questo fatto è un altro dei pilastri osservativi
fondamentali che sostengono l'attuale ricostruzione cosmologica.
Andando a tempi ancora più primordiali (e quindi a energie ancora più
elevate) lo studio della cosmologia si connette in modo forte con le
conoscenze che derivano dall'infinitamente piccolo: la fisica delle
particelle elementari. Infatti, quando i fisici fanno scontrare, ad
esempio, fasci di protoni e antiprotoni ad alta energia, in un grande
acceleratore di particelle, riproducono in un piccolissimo volume
condizioni simili a quelle che dovevano esistere ovunque nell'universo
primordiale. Negli anni più recenti si sono formulate ipotesi teoriche
che descrivono le primissime frazioni di secondo di vita dell'universo,
quando le dimensioni dell'attuale universo osservabile dovevano essere
circa quelle di una arancia.
Dunque l'universo ha una storia, e come ogni storia anche quella cosmica
sembra avere avuto un punto di partenza. Questo è, in estrema sintesi,
l'ipotesi per il futuro. Tuttavia, alla domanda: «Che cosa accadde
all'inizio?» la cosmologia non dà risposte. Via via che ci avviciniamo a
quel punto limite le variabili fisiche che usiamo per descrivere
l'universo assumono valore infinito, e le equazioni su cui ci siamo
appoggiati per compiere tutti i passi intermedi che ci hanno fatto
giungere fino a questo punto perdono di significato. Lo spazio e il
tempo, e con essi l'energia (di cui la materia è una forma) sembrano
emergere da un evento alle soglie del quale la scienza ci conduce, ma
che la scienza non afferra. È uno di quei punti di frontiera in cui la
scienza, trattando il suo oggetto particolare con serietà e secondo il
proprio metodo, va a cozzare contro un fattore della realtà che essa
stessa, per rimanere coerente, deve riconoscere come «oltre», come
«inconcepibile». Questa situazione caratterizza sempre la conoscenza
scientifica, ma forse emerge in modo più suggestivo quanto più è
«fondamentale» l'oggetto in questione. Del resto ciò non riguarda solo
l'origine della realtà fisica nel senso cosmologico (storia e passato),
ma anche l'origine della realtà fisica nel presente. Se torno a guardare
il vaso di fiori che ho nella mia stanza, sono ancora davanti allo
stesso mistero: di che cosa è fatto?
di Marco Bersanelli - Lugano - Svizzera
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